FESTA DEL VIN TORBOLIN

PROGRAMMA

SABATO 5 ( dalle 19:00 alle 23:00 ) e DOMENICA 6 (dalle 10:00 alle 23:00) NOVEMBRE 2016
in piazza Silvio Venturi (con tendone riscaldato)
   re del torbolin
A Monteforte d’Alpone stanno iniziando i preparativi per il 68° Carnevalon de l’Alpon, uno dei carnevali più importanti della provincia di Verona. Sabato 5 e domenica 6 novembre, infatti, durante la Festa del Torbolin (come da tradizione) si eleggerà, presso la piazza Silvio Venturi, il Re del Torbolin, la storica maschera che più rappresenta Monteforte, i suoi vini e la sua tradizione contadina.
A partire dalle 21 di sabato avranno inizio le divertenti arringhe degli avvocati per sostenere il proprio candidato al trono.
Durante la serata di sabato e la giornata di domenica a chi berrà un bicchiere di vino Soave o torbolin, verrà consegnata una scheda elettorale sulla quale potrà votare il candidato preferito. Inoltre, a partire dalle 19 (sia sabato che domenica) si potrà cenare presso il tendone riscaldato in piazza Silvio Venturi (bigoli con la sardela, bigoli al ragù, polenta e scopeton, polenta e baccalà, polenta e sopressa,cotoletta con le patatine, marroni de San Giovanni Ilarion, torbolin della cantina T.E.S.S.A.R.I).

Per informazioni:

Giampaolo Ghiotto - 3920508139

info@prolocomonteforte.org

www.facebook.com/prolocomonteforte

festa del torbolin

L'albo d'oro e le FOTO dei RE DEL TORBOLIN
torbolin

E ancora altre curiosità e tradizioni popolari: "I SORANOMI" di Monteforte  e "FARE SAMARTIN"

PROSSIMI EVENTI:

68° CARNEVALON DE L’ALPON.

La Pro Loco declina ogni responsabilità civile e penale per eventuali danni a cose e/o persone, per tutta la durata della manifestazione.

OSTERIE
Quando l’autunno avanzato chiudeva il paese nel cerchio della prima nebbia, nelle vie fuori mano apparivano le frasche: invito discreto all’assaggio del vino novello, fatto in casa nel rispetto scrupoloso della tradizione e con la garanzia dell’assoluta genuinità. Rispondevano all’invito sarti e calzolai, specialmente il lunedì. Allora di sarti ce ne voleva tanti, perché, anche se i più sfoggiavano di rado, i vestiti si facevano a mano e dopo un lungo servizio bisognava rivoltarli, massime le giacche: non come oggi che si comperano fatti e presto vanno a finire in un sacco, destinati alla gente del terzo mondo. Anche i calzolai erano numerosi: ogni via, si può dire, aveva il suo quando non ne avevano più di uno. Pure le scarpe si facevano a mano, su misura; e poi quanti “bolli” alle suole e punti alle tomaie: tanta strada prima del riposo. Sempre al lunedì i più assidui all’appuntamento erano i barbieri, che si riprendevano dalle fatiche della domenica, dedicata soprattutto al taglio dei capelli, in barba al divieto del lavoro festivo. Con frequenza quotidiana poi venivano quelli di San Bonifacio, pensionati dello zuccherificio e di altre piccole aziende: i clienti migliori, che non piantavano mai il chiodo.
I contadini, invece, comparivano solo alla domenica, dato che per loro non c’era pensione. Esaurite le scorte, si chiudeva. Rimanevano aperte le osterie: un gradino più su nella scala dei valori simbolici della condizione sociale, ma ugualmente impregnate di spirito popolaresco. Alla fine sono venuti i bar di snobistica ambizione a segnare il tramonto di un’epoca.
L’osteria era il regno del vino: in casa, graspia e qualche scodellina di grappa “affumicata” e, raramente, una tazzina di caffè misto a cicoria; il caffè vero, il caffè-caffè passava per roba da siori. I tempi erano duri e il vino aiutava a dimenticare fastidi e guai. Anche troppo, se un oste si decise a esporre nel suo locale il famoso cartello suggerito dallo spirito di vino ad un anonimo intellettuale, quando gli intellettuali cercavano ispirazione e spunti anche all’osteria.

Coloro che bevono per dimenticare,
sono pregati di pagare in anticipo
.”

Non risulta però che la raccomandazione avesse successo, perché molti avventori erano analfabeti e qualcuno che sapeva leggere, all’occasione ci vedeva poco e quindi tirava “diritto” (ovvio, quando le gambe lo permettevano). Insomma si incauciava spesso. Uno più degli altri: si chiamava Pio e divenne “Pio pagarò”. Ma a date fisse tutti saldavano i conti, o quasi tutti: al tempo delle galete e dopo la vendemmia. Del resto se i clienti “andavano in oca”, ci pensava l’oste a rinfrescare loro la memoria: lui infatti beveva per ricordare. Beveva comunque. Durante la settimana i clienti erano rari e di solito provvedeva l’oste a incrementare i consumi. E qualcuno lo faceva sapere. Come quel tale, che appese di fianco alla porta, dal lato della strada, un avviso scolpito nel legno:

Questa è l’osteria del bogon:
se non beve il cliente, beve il paron
”.

La domenica i locali si affollavano. Specialmente d’inverno, al tempo dei bagigi e delle caldarroste. Ricordo che anche mio padre frequentava l’osteria, ora questa ora quella, per spontaneo ossequio alla giustizia distributiva o per comprensibile interesse alla comparazione. Qualche volta tardava a rincasare e allora io venivo spedito alla ricerca e all’eventuale recupero. Entravo timido e titubante nei luoghi dal costume vietati alle donne e ai bambini. Nel fumo dei “toscani” e delle “popolari” apparivano volti arrossati, dai quali erano temporaneamente scomparsi i segni della fatica del vivere. Ogni tanto si interrompevano i conversari e uno intonava un canto: ora triste, nella memoria della guerra:
Non ti ricordi quel mese d’aprile
quel lungo treno che andava ai confini
e trasportava migliaia di alpini…

ora scanzonato, nel ritorno alla gioia di un’esperienza e dell’amore:
E se mi metto le scarpe ai piè,
vado a passeggio nel mio giardino.
Nel mio giardino c’è rose e fior…

Un misto di lingua e dialetto, di sussiego e di ingenuità. (E dove vuoi metterle, le scarpe, sulla testa?)
Quando le voci si facevano roche, veniva l’ora delle confidenze sulle tribolazioni della vita ed erano allora frequenti gli impegni di aiuto sulla parola e a lunga scadenza. Anche il vino contribuiva a far generosa la gente. Il notiziario contemplava anche i pettegolezzi, sussurrati tuttavia in un tono reso di solito bonario dall’euforia del momento. Poi tutto finiva: qualche nota solitaria felpata dalla nebbia e rumori di passi incerti sull’acciottolato. A casa mio padre tentava di giustificare il ritardo:”Beh, una volta alla settimana, a “bagnarsi il becco” con gli amici, che c’è di male? Non si può star sempre soli, lavoro e basta”.
Quel tempo non c’è più. Ormai sbiadisce il ricordo dei grandi bevitori e non si parla più di leggendarie bevute e conseguenti “cadute degli dei”. Le osterie sono diventate bazar di bevande dai nomi strani e addirittura di acque reclamizzate fino alla nausea, Qualcuna ha perso i suoi connotati ed è passata nella categoria dei ristoranti. Si è modificato anche il costume e le donne hanno conquistato un posto anche qui. Già padrone in casa, ormai tentavano di estendere il dominio anche fuori, in luoghi una volta riservati all”anarchia” dei maschi. E quindi altre occasioni di scontro. Un giorno che c’era stata una rapina a San Bonifacio, uno dei clienti raccontava dei banditi, di sparatorie e della paura che l’aveva spinto sotto un camion.
"Avrei avuto paura anch’io" ammise un altro. Una signora che ascoltava appostata a un tavolo vicino, s’intromise, dura:
"E voi sareste uomini!" "E lei, è una donna lei?" sbottò un maschio del gruppo.
E la donna:"Ne volete la prova?" E fece un gesto come per dare il via ad uno spogliarello. "No, no, per carità: ci crediamo!" esclamarono i maschi in coro. (Era contro ogni tentazione).
In seguito le acque si calmarono, perché tutto si fa abitudine: ora alle donne solo qualche sbirciatina, specie se la meritano. Il tempo, di cui parlavo, non c’è più: sia bene o male non so. Sono rimaste le osterie con i loro nomi, che conservano gli echi di grandi storie e di cronache minute: nomi che un’evoluzione poco rispettosa del passato non è riuscita a cancellare. Sono ancora luoghi di ritrovo, soprattutto per chi vive più di memorie che di speranza. Forse si beve anche di più, ma difficilmente si ricreano quei momenti di solidale amicizia. Ed è raro sentir cantare.

da “Monteforte, il tempo dei ciottoli” (1992) di Bruno Anzolin

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